LA VERITA’ SUGLI ANTICORPI MONOCLONALI

LA VERITA’ SUGLI ANTICORPI MONOCLONALI

mabthera

 

Il concetto di terapia mirata, sul quale si basa il trattamento con anticorpi monoclonali fa intravedere  al terapeuta un doppio vantaggio. Da un lato, il trattamento che deve applicare sarà in principio più efficace nella misura in cui curerà direttamente la cellula tumorale responsabile della malattia e da un altro lato, dovrebbe in principio essere meno tossico perchè consente di risparmiare le cellule sane. Il successo che queste terapie hanno ottenuto durante gli ultimi cinque anni è dovuto in gran parte all’efficacia del MABTHERA (rituximab), anticorpo monoclonale anti-CD20 , il quale è stato il primo ad essere utilizzato nel trattamento dei linfomi. La tolleranza di questa molecola è globalmente soddisfacente, ma non deve far dimenticare che ha, come gli altri anticorpi monoclonali utilizzati in ematologia, degli effetti secondari potenzialmente gravi.

Tracciando un bilancio dei vantaggi e degli inconvenienti di queste nuove molecole utilizzate in diverse patologie, ma soprattutto nella cura dei tumori, siamo in grado di rispondere alle 3 domande principali che i pazienti si pongono, sempre più diffidenti verso la medicina scientifica :

1-Gli anticorpi monoclonali sono più efficaci della chemioterapia ?

Nella moltitudine di anticorpi che invadono il mercato farmaceutico, ci sono, al momento, solo una decina che forniscono un’efficacia riconosciuta, soprattutto in ematologia (linfomi). Questo fa sperare che altri anticorpi monoclonali daranno prova d’efficacia in un prossimo futuro. I 3 esempi faro sono il MABTHERA (per i linfomi di tipo B CD20) , l’AVASTIN (antiangiogeno) e l’ HERCEPTINE  (tumore HE2 positivo). Per queste indicazioni, questi medicinali sono indispensabili anche se gli effetti secondari nel tempo sono ancora sconosciuti.

Questi esempi curano non più del  5% dei tumori. Per il momento, gli altri anticorpi monoclonali  SONO IN VIA DI SPERIMENTAZIONE e direi anche in   « sperimentazione selvaggia » perchè i laboratori hanno fretta di vendere.

Ad esempio, si può citare l’esempio del Raptiva prodotto da Genentech, Inc., (efalizumab ) ed approvato nel 2003 negli Stati Uniti, come farmaco iniettabile una volta alla settimana per curare la  psoriasi a placche negli adulti. Il Raptiva, anticorpo monoclonale umanizzato con effetto immunosoppressore selettivo, è stato prescritto nel trattamento di pazienti adulti afflitti da psoriasi a placche intolleranti o che presentavano contro-indicazioni ad altri trattamenti sistemici come la ciclosporina, il methotrexato o  la terapia PUVA.

 Si sospetta che provochi delle leuco encefalopatie multifocali progressive, delle poliradiculonevriti  infiammatorie, tra le quali dei casi di sindrome di  Guillain-Barré. Il 16 octobre 2008, la Food and Drug Administration (FDA) sottolinea i rischi delle  infezioni seguenti potenzialmente letali  : infezione batterica, meningite virale, infezione fungina generalizzata, leucoencefalopatia multifocale progressiva (LEMP)6.

Autorizzato in Europa nel 2004, commercializzato nel 2005, è stato ritirato dal mercato nel 2009.

2- Sono meno tossici della chemio ?

I laboratori farmaceutici e certi medici lo asseriscono. Sanno benissimo che i pazienti temono gli effetti secondari della chemioterapia convenzionale ( dovuti in parte al modo d’applicazione), pertanto usano questo argomento anche se (per il momento) è una grande menzogna. La verità è che gli effetti secondari immediati sono altrettanto importanti di quelli della chemioterapia convenzionale ; in fondo poco diversi, a volte drammatici in occasione del primo trattamento. In merito agli effetti secondari di lunga durata ……non si sa nulla.

3-Quali interessi reali, essi rappresentano attualmente ?

A parte i casi sopracitati, vi è poco interesse reale per i pazienti nella pratica. Gli anticorpi monoclonali sono un mezzo di ricerca straordinario, una via piena di speranza certamente. Ma i ricercatori, i laboratori farmaceutici, lo ripeto,  hanno troppa fretta di  « raccogliere i frutti ».

Attualmente, una nuova cura, per essere autorizzata dalle autorità farmaceutiche e sanitarie, non ha l’obbligo di dover dimostrare  che la sua efficacia è superiore al  farmaco già in uso, nè tantomeno che la sua tossicità sia minore o uguale. Questo è uno scandalo.

Esempio del nuovo protocollo che viene attuato per il trattamento dei tumori nell’ambito del HE2 positivo, TAXOTERE – HERCEPTINE – PERJETA – LONQUEX.

Il  TAXOTERE, chemioterapia conosciuta e che presenta un’efficacia e degli effetti secondari conosciuti.

L’HERCEPTINE , anticorpo monoclonale ugualmente riconosciuto come interessante.

PERJETA  anticorpo monoclonale complementare dell’Herceptina in sperimentazione selvaggia come lo dimostra il richiamo del Comitato terapeutico.
Gli effetti secondari più frequenti dovuti all’ Herceptina ed al Taxotere, sono la diarrea, la perdita di capelli, una diminuzione dei globuli bianchi del sistema immunitario, nausee, stanchezza, prurito e danni ai nervi ( neuropatia periferica).

LONQUEX ,  ( Lipegfilgrastim) ((BATTERIO/ESCHERICHIA COLI)),  fattore di crescita granulocitario. Parere della CT del 28 maggio 2014 : Interesse clinico insufficiente nella riduzione delle neuropenie indotte da chemioterapia.

Non ne è stato tenuto conto ed il protocollo,  PERJETA associato all’ Herceptin , la chemioterapia con TAXOTERE  e QUINTEX è già stato approvato negli Stati Uniti e nell’ UE per le pazienti colpite da cancro al seno HER2-positivo, non trattato. Il Perjeta aveva già ricevuto un’autorizzazione privilegiata nell’ottobre  2013 nel trattamento prechirurgico del tumore al seno precoce HER2-positivo.

Il costo del trattamento è molto elevato: $5,900 al mese. Quando viene combinato con l’ Herceptin che costa $4,500 al mese, una cura di 18 mesi costa $187,000.

Senza essere una malalingua, non è in questo che risiede l’interesse ? E certamente non a beneficio degli ammalati.

 

Dr. Lagarde Philippe

 

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