Curare il cancro

 

Perché la chirurgia non basta per curare il cancro?

Il tumore canceroso è in generale solo il sintomo di una malattia. In effetti  quando stabiliamo una diagnosi, le metastasi sono di solito già presenti, anche se non sono ancora visibili.

Il cancro può dunque essere definito come una malattia che si sviluppa su due piani:

  • Su un piano locale: il tumore madre sviluppatosi in un organo e nei linfonodi locali.
  • Su un piano generale: le metastasi.

Ogni livello colpito ha ripercussioni diverse. Sul piano locale, le terapie sono di solito molto efficaci. Si tratta della chirurgia e della radioterapia. Esse sono in grado di distruggere o togliere i tessuti maligni sviluppatosi in un organo e, talvolta, di neutralizzare totalmente i linfonodi invasi. Tuttavia, queste terapie non sono in grado di trattare le diffusioni metastatiche.

Il piano generale è più importante per tre motivi:

  • i decessi relativi al cancro sono quasi sempre dovuti a complicazioni causate dalle metastasi,
  • le cellule che costituiscono le metastasi sono più maligne e più resistenti di quelle che formavano il tumore madre,
  • di conseguenza, le terapie di cui disponiamo sono meno efficaci.

Queste terapie sono principalmente la chemioterapia, l’ormonoterapia, gli antifattori di crescita e l’immunoterapia.

La chirurgia non basta perché si tratta di una terapia locale mentre, nella maggior parte dei casi, la malattia cancerosa è un’affezione generale, almeno al momento dell’intervento chirurgico.

WARREN-COLE nei suoi studi sulla biopsia ha dimostrato che esistono cellule migranti addirittura durante un’operazione. Inoltre, secondo alcuni studi americani, il 60% delle donne operate di un tumore al seno inferiore a 2 centimetri, senza che siano colpiti i linfonodi ed in remissione completa da almeno cinque anni, presentavano cellule maligne in prelievi effettuati nel loro midollo spinale.

Dobbiamo dedurre due insegnamenti da questi studi:

  • L’attendibilità dello studio dei linfonodi è molto insufficiente ed ormai si sa perché.
  • Occorrerà aggiungere sistematicamente terapie “generali” intorno all’intervento chirurgico.

 

 

In un certo numero di casi, l’intervento chirurgico può tuttavia guarire un cancro: in effetti, con un po’ di fortuna, può essere eseguito prima che una metastasi sia riuscita ad insediarsi. Così alcune pazienti operate da un tumore al seno di grado 1 sono ancora in vita dopo 40 anni. Esiste un fatto molto sorprendente: alcuni tumori, purtroppo rari, non sembrano voler metastatizzare. I casi, poco frequenti, di pazienti che non hanno mai voluto curare il loro tumore mammario e che, 30 anni dopo, presentano localmente tumori mostruosi ma senza metastasi rilevabili, ci spingono alla riflessione.

A tutt’oggi,  la chirurgia è nella maggior parte dei casi indispensabile nella strategia di cura dei tumori duri (all’opposto si trovano le malattie del sangue e della linfa, per esempio la leucemia o i linfomi) ed è probabilmente la terapia più fedele. La chirurgia ha i suoi limiti in oncologia, ma quello che riesce a fare, lo fa bene. Basta non chiederle ciò che non è in grado di fare.

Ora, anche qua c’è un “ma”.

La chirurgia non è codificata in modo soddisfacente riguardo alle conoscenze dell’oncologia generale, e quindi non viene utilizzata al meglio e soprattutto nel momento più opportuno, sempre secondo i dati recenti della scienza.

Vogliamo spiegarne il perché.

  • Un trattamento rivolto alle metastasi chiamato NEO-ADIUVANTE, deve di solito precedere il bisturi. Questa strategia dovrebbe essere quasi sistematica poiché esistono cellule migranti o che già hanno migrato.

 

  • La scelta del momento più opportuno non è una decisione. Scegliere il momento favorevole è difficile ma non impossibile. È molto più difficile farlo accettare e rispettare dall’équipe chirurgica.

 

Per stabilire questo momento, bisogna tenere conto di diversi parametri, per esempio:

  1. Lo stato generale del paziente ed in particolare il grado di salute del suo sistema immunitario.
  2. I bioritmi del malato. La cosa più semplice è seguire questi ritmi a livello dei linfociti, cioè dei globuli bianchi. Alcune équipe praticano sperimentalmente l’applicazione di chemioterapia adatta a certi ritmi. Per esempio, è stato dimostrato che l’Adriamicina è più efficace verso le 00 del mattino e che il Platino è meglio tollerato verso le 17.00.
  3. I cicli mestruali. Ciò è tanto più importante in quanto l’intervento riguarda tumori che possono esprimere ricettori ormonali. Occorrerebbe tenerne conto in particolare per gli interventi di tumori al seno.

 

  • Dato più punti della strategia chirurgica applicata contro i tumori sono discutibili. Si tratta in particolare:
    • della pulitura gangliare
    • del “secondo look”
    • della riduzione tumorale

 

 

La pulitura gangliare consisteva nel togliere chirurgicamente un numero massimo di linfonodi delle catene linfatiche che drenano la zona dove si sviluppa il tumore. Trenta anni fa, queste puliture erano mutilazioni enormi. Oggi, sono ridotte fino, in certe situazioni, a limitarsi ad un linfonodo test (determinato con iniezione di prodotti di contrasto colorati), chiamato linfonodo sentinella

Ma bisogna andare ancora più avanti e riconoscere che questo linfonodo sentinella non è così importante come affermano i chirurghi oncologi:“le cellule migranti possono seguire tre vie diverse: sicuramente le vie linfatiche, ma anche le vene e le arterie”.

D’altro canto, da quando i fenomeni dell’angiogenesi sono conosciuti meglio, sappiamo che le metastasi emigrano prima nella circolazione sanguigna grazie alla porosità dei neovasi.

Un linfonodo sentinella invaso fa solo confermare ciò che sappiamo già. Un linfonodo illeso non prova niente.

È quindi logico che gli studi fatti a proposito non mostrano nessuna differenza in termini di sopravvivenza tra le pazienti che hanno un linfonodo sentinella positivo e quelle che hanno un linfonodo sentinella negativo, e quelle ancora che hanno subito una pulitura convenzionale.

 

Il “secondo look” consiste nell’eseguire chirurgicamente un controllo generale della cavità addominale dopo un trattamento che abbia associato la chirurgia alla chemioterapia e messo il paziente in remissione clinica. Così si fa per il cancro alle ovaie. Se clinicamente la paziente sta bene, se i marker biologici sono normali e se la RMN ed eventualmente il PET-SCAN non individuano nessuna anomalia, si pratica, all’incirca sei mesi dopo il primo intervento, questo controllo chiamato “secondo look”. Si apre di nuovo la cavità addominale e si verifica con le mani, con gli occhi, che non esista nessuna lesione sulle pareti, sul peritoneo, sugli organi come il fegato. Certo, ormai è possibile farlo con tecniche meno aggressive, per esempio con la laparoscopia[1]. Si fanno prelievi e si lava la cavità con il siero fisiologico che si recupera preziosamente. Si invia il tutto al laboratorio di anatomo-patologia, che cercherà al microscopio cellule cancerose. Con l’esperienza e col tempo è stato mostrato che, nella maggior parte dei casi, questi tumori recidivano spesso, anche con un “secondo look” negativo. Inoltre si sa bene che ogni intervento chirurgico, anche minore, ogni anestesia, scatenano siderazioni provvisorie delle difese immunitarie.

La riduzione tumorale chirurgica, sul piano oncologico puro, non ha nessun senso. In oncologia, è indicata la chirurgia per “pulire tutto” almeno localmente.  In certi casi, una riduzione della massa tumorale, inquadrata con il trattamento medico adatto, può rappresentare un vantaggio importante. È così nel caso del cancro all’ovaio ma anche nel caso di alcuni sarcomi ai tessuti molli ad evoluzione molto lenta.

 

Perché la radioterapia di solito può essere soltanto una terapia integrativa, talvolta importante, ma quasi sempre insufficiente?

La radioterapia ha fatto progressi nella strumentazione, la fisica, la radiobiologia, gli schemi di trattamento e le applicazioni curative e palliative.

È necessario riconoscere che anche se la radioterapia per il momento rimane inevitabile, essa è finora la tecnica di trattamento più aggressiva, causando più complicazioni nel tempo  perché le complicazioni più debilitanti appaiono gradualmente su un periodo di cinque anni (pubblicazioni di Rubin P. CASATT[2] ).

Però  la tecnica della radioterapia moderna si è notevolmente perfezionata e queste complicazioni, anche se esistono ancora, sono meno frequenti e meno intense. D’altro canto, abbiamo alcuni mezzi, che rimangono purtroppo poco utilizzati ancora dalla medicina accademica, che permettono di ridurre maggiormente i problemi e proteggere i pazienti.

Indicazioni per la radioterapia

Le condizioni, diciamo “ideali”, per decidere di fare una radioterapia considerata curativa, sono quattro:

  • Tipo istologico sensibile alla radioterapia. Per esempio gli epiteliomi o i tumori spinocellulari sono molto sensibili alle radiazioni mentre gli adenocarcinomi lo sono molto di meno. Ciò ha come conseguenza la necessità di aumentare le dosi totali d’irradiazione per questi ultimi e quindi allo stesso tempo la tossicità.
  • Lesione di piccole dimensioni. Permette una migliore concentrazione delle radiazioni su una zona limitata.
  • Lesione vascolarizzata bene. Più sarà vascolarizzata, più la quantità di ossigeno sarà elevata e più la radioterapia sarà efficace.
  • Lesione lontana da organi o tessuti che non sopportano o poco le radiazioni. Ciò è essenziale. Alcuni tessuti dell’organismo non possono sopportare dosi elevate d’irradiazione, per esempio il midollo spinale, il cuore, gli organi ghiandolari, il cervello. Se la lesione si trova vicino a questo tipo di tessuto, le dosi applicate dovranno essere limitate e non basteranno per distruggerla completamente.
  • Assenza di lesioni metastatiche. Come abbiamo visto, è molto raro.

 

In fin dei conti, queste condizioni sono quindi raramente riunite, se non mai.

Rimangono due tipi d’indicazioni “adiuvanti”, che non devono essere trascurate perché sono utilissime in terapia.

Nel primo tipo, non si cerca più di raggiungere la guarigione tramite la sola radioterapia o in associazione alla chirurgia. La tecnica farà parte di un’associazione terapeutica unendo per esempio chemioterapia e radioterapia con o senza intervento chirurgico. È la strategia seguita per esempio nel caso del cancro del sistema digerente in cui viene associata la radioterapia alla chemioterapia ed all’anti-angiogenesi.

Il secondo tipo d’indicazioni riguarda le metastasi. In numerosi casi, la radioterapia permette di agire a livello del benessere del paziente (contro il dolore). In altre situazioni, la radioterapia rimane l’unico mezzo attuale, permettendo di raggiungere la metastasi. Questo è vero per esempio per le lesioni ossee e soprattutto cerebrali.

 

Come agiscono le radiazioni ionizzanti, cioè la radioterapia?

L’associazione delle radiazioni con l’ossigeno che si trova nella zona irradiata provoca la formazione di radicali liberi e di enzimi che provocano rotture di ADN nei nuclei delle cellule prese di mira o all’interno del campo predefinito prima dell’inizio della radioterapia. La cellula il cui ADN è rotto morirà.

Si possono diminuire gli effetti collaterali grazie a nuove tecniche, ma esse sono disponibili in pochi ospedali perché tuttora considerate sperimentali per motivi soprattutto economici. Al giorno d’oggi per fortuna si fanno numerosi campi d’irradiazione e dosi molto frazionate, ma purtroppo nuove tecniche come la modulazione d’intensità o l’asservimento alla respirazione vengono utilizzate in modo eccezionale.

Ma un trattamento di sostegno durante la terapia e soprattutto un trattamento di recupero sono FONDAMENTALI  per proteggere ed allo stesso tempo recuperare dagli effetti collaterali immediati e tardivi. Sostanze come la vitamina A, i retinoidi, la vitamina E, il glutatione, gli omega 3 e 6 ed alcune piante possono essere di grande aiuto.

“Perché la radioterapia usata da sola non basta?” Così come la chirurgia, la radioterapia è un trattamento mirato e locale, forse pure di più della chirurgia perché può essere usata una volta sola. In effetti, quando i tessuti hanno ricevuto una dose “soglia”, cioè la dose massima che possono sopportare, tenendo conto che questa dose non può essere eliminata, è assolutamente impossibile irradiare di nuovo, e ciò per tutta la vita.

Perché occorre rivedere il modo di applicazione e gli attuali principi della chemioterapia?

La chemioterapia è il trattamento dei tumori o più precisamente della malattia cancerosa tramite sostanze chimiche citotossiche. Si tratta di un trattamento generale che è normalmente in grado di trattare le metastasi.

Queste sostanze non risparmiano purtroppo i tessuti sani dell’organismo. Questa assenza di tossicità selettiva rappresenta la difficoltà maggiore nell’uso di questa arma terapeutica.

Il problema è di riuscire a realizzare una chemioterapia che lederà il meno possibile i tessuti sani ma conserverà nello stesso tempo tutta la sua efficacia.

Le indicazioni per la chemioterapia possono essere classificate in due gruppi:

  • Il trattamento delle malattie percepibili (metastasi individuabili).
  • Il trattamento delle malattie impercettibili, cioè senza segni di diffusione:
  • Dopo trattamento locale (chemio-adiuvante)
  • Prima di ogni trattamento locale (neo-adiuvante). Questa è ovviamente l’indicazione più importante sul piano strategico. Proprio qui la chemioterapia può influire sui risultati nel tempo.

 

Un’osservazione essenziale: “L’effetto nell’uomo di un farmaco anticanceroso  rimane in gran parte imprevedibile”.

Ciò spiega la necessità di eseguire prove di applicazione clinica, chiamate sperimentazioni.

Ma nonostante queste sperimentazioni, questo problema è tutt’altro che risolto perché la medicina accademica sta trascurando un particolare essenziale: i pazienti sono tutti diversi ed i tumori sono tutti diversi. Da ciò deriva una regola essenziale ma ignorata, o così sembra, dall’oncologia classica: il protocollo di trattamento deve essere adatto ad ogni paziente e sarà quindi diverso a seconda del singolo caso. Ciò ci fa capire che i protocolli standard cosiddetti “internazionali” sono la negazione di una buona strategia in terapia anticancerosa. Lucien ISRAEL ha detto la stessa cosa in modo più elegante:

“per me il protocollo è il trionfo della mediocrità.”

Per raggiungere un’efficacia massima, occorre rispettare alcune regole nell’applicazione della chemioterapia.

Prima regola: occorre sempre associare da 3 a 4 prodotti diversi in un protocollo (poli-chemioterapia).

E ciò nello scopo di:

  • aumentare le probabilità di efficacia,
  • evitare le resistenze o per lo meno posticiparle,
  • utilizzare le diverse proprietà dei prodotti (ciclo cellulare) e creare potenziamenti tra di loro.

 

La differenza di sensibilità alle droghe antitumorali osservata tra cellule tumorali e cellule normali permette al chemioterapista di essere allo stesso tempo efficace ed inefficace nel trattamento del cancro. Efficace, perché è possibile ridurre la massa tumorale senza ledere troppo gli altri tessuti. Inefficace, perché uno dei problemi più spinosi incontrati in chemioterapia è la crescita di cellule resistenti talvolta fin dalla prima chemioterapia o nel corso dei trattamenti ripetuti. Ora, è stato notato che i tessuti normali non sviluppano mai una resistenza ai prodotti anticancerosi. Ciò significa che la cancerizzazione di una cellula s’accompagna ad un aumento della sua sensibilità ai prodotti ma le permette anche di diventare resistente. Si comincia d’altronde a capire il perché (plasticità del genoma). Qualunque sia il protocollo di trattamento ed il tipo di cancro, più grossa è la massa tumorale, più piccola è la probabilità di ottenere una remissione completa poiché più è alto il numero di cellule, più è alta la probabilità che esistano cellule resistenti o potenzialmente capaci di diventare resistenti.

L’associazione dei diversi prodotti deve essere oggetto di una riflessione. Deve sfruttare le possibilità di potenziamento esistenti tra i prodotti con le quali il chemioterapista deve giocare. Per esempio si sa che il Platino s’accorda con la Bleomicina, l’Oloxan, il Fluoro-uracile ed il Taxol. Il Metotraxate si potenzia invece con il Tiotepa ed il Novantrone con il Vépéside.

Alcuni prodotti utilizzati in alcuni protocolli sarebbero invece incompatibili  se venissero associati. È vero per esempio per il cortisone e per il Ciclofosfamide o Endoxan.

Seconda regola: la tecnica dell’effetto dose, ancora praticata in modo preferenziale dalla maggior parte delle équipe ospedaliere, non ha senso scientificamente parlando.

Innanzitutto, all’interno di un tumore, le cellule non sono simili o non lo sono più. Anche se discendono da un’unica cellula, durante le moltiplicazioni o le divisioni, alcune di loro mutano. Il risultato è che all’interno di un tumore esistono più famiglie di cellule chiamate cloni. Questi cloni hanno velocità di moltiplicazione diverse, lente o più o meno rapide.

Per essere efficaci su tutti i cloni, occorre che i prodotti chemioterapici rimangano a lungo nell’organismo, nell’attesa che le cellule arrivino ad un momento favorevole della loro divisione. In effetti, la maggior parte dei prodotti anticancerosi agiscono solamente al momento della divisione cellulare.

grafico

Questo schema  mostra i due modi di applicare la chemioterapia:

  • Secondo il modo “effetto dose”: curva con linea continua con apice a cupola molto alta che spiega la tossicità. Il periodo di efficacia del prodotto è breve.
  • Secondo un modo semi-continuo o continuo: linea punteggiata che mostra una tossicità molto diminuita ed un periodo prolungato dell’efficacia del prodotto.

 

Terza regola: gli antimitotici per uccidere la cellula devono essere in grado di penetrare la cellula.

Più la dose sarà alta ed applicata su un periodo breve (effetto dose), meno i prodotti penetreranno nella cellula e meno saranno efficaci nel tempo.

Occorre quindi scaglionare la cura nel tempo. Per esempio prendiamo il caso del Cisplatino, prodotto di base di numerosi protocolli. Può essere somministrato o in 15 minuti (dose di 100 mg per esempio) ed il risultato corrisponde alla curva continua disegnata qui sopra; o in 5 giorni al ritmo di un’ora al giorno (dose di 25 mg al giorno) ed il risultato sarà la curva punteggiata qui sopra. Prodotti tra quelli più usati in chemioterapia (Adriamicina, Fluoro-uracile, Cisplatino, Bleomicina, Vincristina, Vepeside, Oloxan, Tiotepa, ecc.) sono molto più efficaci e meno tossici se applicati in modo semi-continuo o continuo.

Gli studi internazionali lo dimostrano: Manuel pratique de chimiothérapie anticancéreuse, scritto dagli oncologi medici dei centri di Lutte contre le Cancer sotto la direzione di P. CAPPELAERE, J. CHAUVERGNE e J.P. ARMAND. (Ed. Sprinter-Verlag, 2003).

Naturalmente, altre modalità ed imperativi costringono ad adattarsi ed armonizzare le tecniche: sensibilità, tossicità locale, emivita, captazione cellulare, eliminazione rapida o lenta, ecc.

Quarta regola: Il protocollo deve adattarsi al paziente e non il contrario.

Siamo tutti diversi ed i tumori sono tutti diversi.

La difficoltà consiste nel fatto che non conosciamo bene l’efficacia reale dei prodotti a seconda degli individui, anche se le sperimentazioni danno un’idea più o meno vaga delle percentuali di risposte favorevoli.

Il fatto di dover disporre per principio di un esame istologico preciso per poter stabilire un protocollo - e questa è una tesi attualmente sostenuta da parecchi oncologi – è inesatto e più che discutibile.

La dimostrazione di ciò è semplice.

Prendiamo a caso quattro localizzazioni diverse di tumori e verifichiamo i prodotti che sarebbero utilizzati. Constaterete che l’80% di questi (al minimo) sono identici!

Allora perché dover aspettare talvolta settimane, se non mesi, prima di cominciare una chemioterapia di emergenza?

Prendiamo un caso:

Un’ascite[3] in una donna con presenza di cellule maligne di tipo adenocarcinoma. Siamo nell’attesa di diagnosticare l’origine esatta: ovaio, tumore al pancreas, tumore al colon, mesotelioma, linfoma non Hodgkin?

Constaterete che il Platino, il 5-FU, l’Ameticina, l’Endoxan, il VP16, le antracicline, l’Oloxan sono efficaci in tutti i casi secondo le sperimentazioni cliniche classiche. Allora, dov’è il problema?

 

Quinta regola: Occorrerebbe tener conto dei ritmi biologici.

 

Il ruolo del ritmo circadiano non è più da dimostrare, né il suo influsso sull’efficacia e la tossicità dei prodotti antimitotici. I lavori del Pr. H. Rushesky al NCI di Bethesda sono ormai stati pubblicati e fanno riferimento. Così si sa che l’Adriamicina è più efficace verso le 8.00 del mattino, che il Cisplatino è meno tossico se viene somministrato dopo le ore 17.00. Si possono quindi individuare matematicamente i “momenti favorevoli” a partire dai ritmi della curva leucocitaria, come l’ha mostrato Pinel.

È la stessa cosa con il ciclo mestruale della donna (4° Congresso internazionale sulla chemioterapia, 3-5 febbraio 1993, Parigi).

Tuttavia, si tratta ancora di un sogno: i problemi tecnici sono troppo numerosi e non posso immaginare che gli ospedali al giorno d’oggi possano tener conto di questi particolari e probabilmente ancora per un bel po’ di tempo.

Sesta regola: associare dei prodotti adiuvanti specifici che hanno delle qualità evidenti per aiutare il malato a sopportare le cure e eventualmente aumentare gli effetti delle cure.

Il cancro può essere trattato con terapie alternative?

“Chi guarisce è colui che ha ragione.” IPPOCRATE. Chi può essere abbastanza pretenzioso e paranoico per affermare di poter guarire il cancro?

L’oncologia convenzionale, ottiene difficilmente più del 25% di vere guarigioni. La medicina detta non convenzionale, non guarisce il cancro. I prodotti presentati come terapie “alternative”, il che sotto-intende “capaci di sostituire”, non possono in nessun caso rappresentare un trattamento specifico per il cancro. Il Dott. Philippe Lagarde, celebre oncologo, a cui questo site deve la maggior parte dei contenuti,  ha sempre raccomandato “la convergenza” di tutte e due medicine.

La causa degli eccessi delle due medicine, accademica ed alternativa, è la stessa e sempre la stessa: l’interesse economico.

Dato che la medicina convenzionale in numerosi casi non ha ancora la soluzione, i malati ed i loro famigliari sono alla ricerca, molto giustamente, di uno scampo dalla via senza uscita nella quale si trovano intrappolati.

Alcune sostanze o terapie classificate come non convenzionali possono essere molto interessanti a livello del sostegno, del potenziamento o della protezione del malato di fronte alle terapie aggressive convenzionali. Perciò l’ideale è una convergenza tra i mezzi terapeutici e un’unificazione delle due medicine.

Qui di seguito  alcune terapie che presentano indubbie qualità, che si appoggiano ormai su basi scientifiche serie e che hanno fatto le loro prove nel tempo.

Gli enzimi del professor Max WOLF

Il ricercatore alla base del successo dell’enzimoterapia fu Max WOLF.

Fu lui a notare per primo che i malati di cancro avevano carenze di alcuni enzimi, cioè quelli chiamati idrolasi, che per essere attivati hanno bisogno di co-enzimi.

Si immerse nello studio delle idrolasi e ben presto si rese conto che il loro ruolo superava la loro attività anticancerosa.

Le idrolasi avevano qualitativamente e quantitativamente un influsso in tutte le patologie.

Max WOLF poté quindi affermare logicamente che l’assunzione di alcune idrolasi in quantità e qualità adeguate, costituiva una misura medica fondamentale per il riequilibrio delle perturbazioni della salute.

È presso il Biological Research Institute di New York che WOLF, appoggiato da Hélène BENITEZ, lavorò più di 10 anni sulle idrolasi.

Due associazioni di enzimi in particolare videro la luce: una piuttosto attiva sulle malattie infiammatorie, l’altra piuttosto efficace sulle malattie degenerative.

Vennero chiamati enzimi WOLF-BENITEZ, poi enzimi WOBE.

Oggi esistono ancora sotto il nome di WOBEMUGOS e WOBENZYM. Se gli enzimi non sono un toccasana, indubbiamente sono utili nel trattamento di tutte le patologie ed in particolare nel cancro.

Più condizioni devono essere rispettate:

  1. offrire all’organismo il più grande ventaglio possibile di enzimi,
  2. diversificare le origini degli enzimi.

 

Oggi come possiamo spiegare l’azione degli enzimi su diverse patologie ed in particolare sulla malattia cancerosa?

Principalmente con il potenziamento dell’azione delle difese immunitarie:

Ciò mostra tuttavia che non occorre aspettare un miracolo da questa terapia, solamente un aiuto interessante.

Oltre alla proprietà di potenziare le difese immunitarie dei malati di cancro, gli enzimi possono svolgere un’azione nella prevenzione di alcune complicazioni frequenti: edemi post-chirurgici o meno, trombosi, infezioni, herpes zoster.

Ma la loro qualità principale a mio parere è la loro capacità di potenziare alcune terapie come la chemioterapia, la radioterapia, l’immunoterapia e l’antibioterapia.

Esistono tre contro-indicazioni: la gravidanza, l’allergia e l’assunzione di anti-coagulanti.

I prodotti di buona qualità ancora disponibili in farmacia sono: Wobemugos e Phlogenzym (Germania), Extranase (Francia), Similase e Silyzym (Belgio), ecc.

La posologia dipende dal prodotto. Il prodotto meno concentrato è l’Extranase che verrà somministrato in 9 compresse al giorno per tre volte.

Il Viscum album di Rudolf STEINER

 

Si tratta del vischio, pianta parassita di alberi, terapia di base della medicina antroposofica.

L’antroposofia è una scienza dello spirito fondata da R. STEINER che permette di investigare i campi soprasensibili della realtà.  La terapia basata sulle diverse varietà di Viscum, nata da questa scuola, ha delle qualità .

Si utilizzano estratti di Viscum di alberi diversi: melo, pino, quercia in particolare.

Queste diverse preparazioni sono disponibili a concentrazioni comprese tra st. 7 e st. 5.

I vari studi hanno mostrato che le diverse varietà di Viscum avevano due proprietà principali:

  • Citostatica e citotossica tramite i suoi composti: viscotossine e lettine. Problema: per essere impiegabile in terapia anticancerosa, occorrerebbe somministrare dosi molto tossiche, troppo tossiche.

 

Alcuni praticano la Viscum terapia quasi sistematicamente nello scopo di stimolare le difese immunitarie quando ne hanno bisogno. Occorre non iniziare un trattamento con Viscum se le difese immunitarie sono molto basse perché il risultato potrebbe essere esattamente il contrario di quello che vi aspettavate. Difese immunitarie troppo deboli corrono il rischio di crollare completamente. Nello stesso modo difese troppo eccitate sotto l’azione di Viscum rischiano la paralisi per eccesso. Per questo motivo, è assolutamente necessario valutare lo stato del sistema immunitario prima di qualsiasi trattamento con Viscum.

Ciò è facilmente fattibile tramite la cancrometria di VERNES. Il coefficiente immunitario di Vernes deve imperativamente essere al di sopra di – 20 e al di sotto di +15.

Di fronte ad un sistema immunitario indebolito, il primo gesto di un terapeuta non deve essere di stimolare alla cieca, ma di ricaricare l’organismo del paziente in minerali assimilabili. In effetti, il motore immunitario per funzionare ha bisogno innanzitutto di “benzina”: i minerali.

Senza di essa, il “motorino d’avviamento”, ovvero il Viscum, non riuscirà a fare partire il motore.

Infine, occorre non iniziare mai il trattamento con diluizioni alte. Cominciare quindi sempre con diluizioni basse ed aumento gradualmente fino a stabilire la diluizione ideale. Questa precauzione vi risparmierà una reazione allergica sempre possibile e talvolta forte, che può andare fino all’edema di QUINCKE.

La scelta del tipo di Viscum dipende dal sesso, dalla localizzazione della malattia e dall’età. Così il Viscum Mali (melo) è di solito riservato alle donne ed il Viscum Pini (pino) agli uomini.

Esistono cinque contro-indicazioni:

  • infezioni acute,
  • allergie al Viscum,
  • ipertiroidismo non bilanciato,
  • metastasi cerebrali,
  • i tre primi mesi di gravidanza.

 

Il Viscum album non è un trattamento che può avere un’azione diretta e specifica sul cancro. È utile per riequilibrare un sistema immunitario indebolito e probabilmente può svolgere un’azione interessante nella prevenzione del cancro.

I fisiatroni sintetici di Jean SOLOMIDÈS

Per chi non conosce la storia movimentata dei fisiatroni chiamati anche FS, ricorderemo che è stato Jean SOLOMIDÈS ad averli messi a punto.

I fisiatroni sintetici sono composti da:

  • sostanze in grado di modificare o solubilizzare le glicoproteine che circondano e proteggono la cellula cancerosa. SOLOMIDÈS sosteneva pure che potevano attaccare e ledere la membrana stessa. Queste sostanze, anche se potrebbero avere un’azione favorevole sulle cellule maligne, hanno nella maggior parte dei casi grande difficoltà a raggiungere la loro vicinanza. La maggior parte delle molecole scelte da SOLOMIDÈS avevano come scopo di creare un’azione di perossidazione a livello della membrana cellulare. Così aveva creato diversi tipi di farmaci. Alcuni di loro contenevano antimitotici o ormoni.

L’E.R.P. o etere-ossido-ricino-poliossietilenico estratto dall’olio di ricino e dal poliossietilene-glicol, svolge una tripla azione: la prima in quanto rappresenta il veicolo ideale per trasportare le sostanze scelte fino alle cellule maligne; la seconda in quanto è in grado, come un enzima, di lisare e disperdere lo strato di glicoproteine che circonda e protegge la membrana cellulare; la terza in quanto ha un’azione immunologica a livello dei linfociti B. Infine, alcuni lavori in corso fanno pensare che ci sarebbe un’azione “reverse”, cioè che potrebbe, come la vitamina A ed i retinoidi, spingere la cellula a tornare allo stato normale (differenziazione).

gli FS, anche se sicuramente non guariscono il cancro, hanno ottime qualità che possono aiutarci tantissimo in oncologia.

Possiedono un vero valore terapeutico in grado di potenziare le terapie anti-cancerose (chemioterapia, radioterapia, immunoterapia), di ridurre l’infiammazione e di conseguenza il dolore, ed infine, di agevolare la cicatrizzazione.

Questi farmaci possono essere usati durante i trattamenti di chemioterapia. Vengono iniettati tramite fleboclisi prima del passaggio dei prodotti di chemioterapia per potenziare questi ultimi.

I prodotti del professor BELJANSKI

Blejanski  scopre gli ARN “trasformanti” – che hanno un’azione sull’ADN di alcuni virus e cellule – tra cui la transcriptasi inversa, gli ARN tumorigeni, amorceur, antivirali e gli RLB (dal 1967 al 1976). Crea l’oncotest.

Con gli RLB BELJANSKI ha dimostrato una nozione essenziale, che rimane tuttora una strada maestra per i ricercatori:una molecola biologica può agire selettivamente a seconda del tipo di cellule.

Gli RLB stimolano le cellule ematopoietiche senza stimolare le cellule cancerose (REAL BUILD).

È probabile l’azione protettiva sulle cellule sane – tramite estratti di Gingko biloba – durante chemioterapie o radioterapie.

Altri prodotti BELJANSKI provocherebbero:

  • un’inibizione specifica delle cellule cancerose,
  • un blocco della moltiplicazione dei virus,
  • un ripristino delle anomalie cellulari.

 

Ma i risultati in vitro e teorici e quelli ottenuti in vivo e clinici possono variare.

Oggi gli “integratori alimentari” sono oggetto di prove cliniche “promettenti” negli Stati Uniti.

La strategia ed i prodotti inventati da Mirko e Monique BELJANSKI sono interessanti e portatori di speranza.

I prodotti[4] in vendita negli USA sono:

Estratto di PAO PEREIRA (PAO V), Estratto di PAO PEREIRA e PAO QUASSIA AMARA (PAO V “FM”), Estratto di RAUWOLFIA VOMITORIA (ROVOL V), Estratto di GINGKO BILOBA (GINGKO V), Estratto di ARN d’ESCHERICHIA COLI K. 12 (REALD BUILD).

 

Il Cocktail del professor DI BELLA

Bloccare i fattori di crescita: una strada interessante e promettente

L’affare DI BELLA, l’Italia qualche anno fa. Il suo “cocktail” combinava diverse sostanze o farmaci, la cui missione era di bloccare i fattori di crescita dei tumori. La sua concezione del trattamento consisteva in:

  1. bloccare i ricettori degli estrogeni per le donne (con Novaldex per esempio) e degli androgeni per gli uomini (con Androcur per esempio),
  2. bloccare la prolattina (Parlodel),
  3. somministrare un ormone, la somatostatina in semi-continuo o continuo,
  4. somministrare melatonina,
  5. prescrivere un antimitotico orale: ENDOXAN o VEPESIDE,
  6. far prendere una preparazione a base di retinoidi sotto forma di sciroppo.

In nessuna di queste raccomandazioni terapeutiche si può individuare un solo motivo per criticare DI BELLA.

Il trattamento di DI BELLA si basa su due pilastri:

  • la somatostatina,
  • la melatonina.

 

La somatostatina è stata isolata nel 1972. Si tratta di un ormone prodotto dall’ipotalamo e da alcune cellule gastro-intestinali. Svolge diverse attività fisiologiche, nel sistema neuro-endocrino, nel tratto gastro-intestinale e nel sistema nervoso. Le sue azioni sono principalmente di tipo inibitore: inibizione di secrezioni neuro-endocrine ed esocrine, modulazione della trasmissione nervosa. Non si mette più in discussione nella scienza fondamentale la sua azione inibitrice sulla proliferazione cellulare.

Questa azione può essere diretta se esistono “ricettori” specifici sulla cellula presa di mira.

In altri termini, ciò significa che se le cellule maligne che costituiscono un tumore o addirittura le eventuali metastasi, hanno ricettori della somatostatina, essa avrà un’azione diretta ed inibirà la loro proliferazione. Ma in fin dei conti oggi si sa che pochi tipi di tumori possiedono questi ricettori (tumori neuro-endocrini). Uno studio approfondito è stato condotto all’Institut Gustave Roussy da Philippe ROUGIER[5] e pubblicato:

Altri tumori possono presentare ricettori della somatostatina. Il loro numero è sicuramente molto più ridotto. È difficile valutare precisamente la percentuale della totalità dei tumori direttamente sensibili alla somatostatina. Occorrerebbe eseguire sistematicamente uno studio sui ricettori di tutti i tumori operati. I costi di uno studio di questo tipo superano le possibilità del bilancio del ministero della Sanità tanto più che potrebbe sboccare su possibili misure ancora più costose.

Ma l’azione della somatostatina può anche essere indiretta. In effetti, intermediari possono intervenire affinché la somatostatina possa agire.

Così la ricerca ha ormai dimostrato che la somatostatina può inibire:

  • fattori di crescita come la GH[6],
  • fattori dell’angiogenesi.

 

Può modulare l’attività immunitaria.

Anche a livello cellulare, inibisce o stimola diverse azioni che intervengono sullo sviluppo e la proliferazione cellulare.

La somatostatina[7] e l’octreotide rappresentano quindi un prodotto di indubbio valore in oncologia se le indicazioni vengono rispettate. La scienza medica l’ha dimostrato.

La melatonina, scoperta nel 1958 da LERNER, è un ormone prodotto principalmente dalla ghiandola pineale che si trova nel cervello. La sua sintesi ha luogo di notte a partire dal triptofano e dalla serotonina tramite l’azione di enzimi la cui attività dipende dalla percezione giorno/notte. Il suo picco di secrezione massima avviene verso le ore 2.00 del mattino.

L’organismo l’utilizza come regolatore del ritmo del sonno chiamato anche ritmo circadiano. Oltre alla regolazione ed al controllo del nostro orologio biologico, la melatonina possiede altre qualità che sono state messe in evidenza in questi ultimi anni. In particolare:

  • Stimolazione del sistema immunitario,
  • Protezione del sistema nervoso centrale,
  • Attività antimutagene su certe cellule maligne (tumori al seno ed alla prostata) ma possibilmente anche attività di proliferazione su altre (ovaio e linfomi), da cui la polemica e la contestazione da una parte della comunità scientifica,
  • Stimolazione del sistema riproduttivo e cardiovascolare,
  • Azione antiossidante potente, anch’essa contestata.

 

La qualità della melatonina, più o meno purificata, sembra avere un grande influsso sui risultati.

La melatonina riscontra un enorme successo negli USA per le sue proprietà antiossidanti ed anti-invecchiamento. Viene registrata come integratore alimentare in America, ma come farmaco in Europa.

Gli altri farmaci impiegati nel cocktail di DI BELLA

Le antiprolattine

La prolattina, secreta dall’ipofisi[8], è anch’essa un ormone. È un fattore di crescita. Si sa da parecchio tempo che alcuni tumori vengono scoperti in donne che hanno un tasso di prolattina elevato. Inoltre gli ansiolitici ed il Dogmatil favoriscono la secrezione di questo ormone e sono contro-indicati nelle persone affette da cancro.

È quindi logico prescrivere Parlodel, come faceva DI BELLA, a malati di cancro per bloccare la secrezione della prolattina[9].

La ricerca fondamentale ha dimostrato recentemente che la prolattina è un fattore importante che favorisce la crescita dei tumori al seno ed alla prostata. Oltre alla prolattina in circolazione, i tessuti delle ghiandole mammarie e prostatica producono prolattina, la quale agisce nel suo ambiente locale e stimola ancora di più la crescita tumorale del tessuto tramite un meccanismo chiamato “anello di azione autocrino/paracrino”. Tutti i tumori mammari e prostatici umani esprimono il ricettore della prolattina. Nuove molecole sono alla prova nello scopo di bloccare questo anello di azione autocrino/paracrino.

Gli anti-estrogeni

Gli estrogeni sono fattori di crescita.

Che cosa c’è di più logico che pensare a bloccarli? Certo, occorre che le cellule maligne prese di mira dalla terapia siano portatrici di recettori degli estrogeni. Ma si sa che oltre ai tumori al seno, altri tipi di tumori hanno questi recettori. È vero per alcuni tumori al rene ed all’ovaio, alcuni tumori ORL, una parte dei melanomi e degli adenomi al polmone.

A parte il tamoxifeno (Nolvadex), si possono impiegare altre molecole come il Femara per esempio. Di nuovo, come potete constatare, DI BELLA faceva solo applicare dati del tutto accademici.

 

I retinoidi

Non occorre più dimostrare l’azione bloccante sulla differenziazione tessutale della vitamina A (retinol). La differenziazione di una cellula o di un tessuto è sinonimo di normalità o benignità. La vitamina A o retinoidi estratti da essa, in vitro, a contatto prolungato con una cellula maligna indifferenziata, la fanno trasformare ed evolvere verso la differenziazione. Così è successo che cellule maligne siano tornate ad essere normali.

Lo “sciroppo” DI BELLA è composto di retinoidi.

 

L’Endoxan o ciclofosfamide

Si tratta di un antimitotico, cioè un farmaco che uccide la cellula cancerosa sregolando o bloccando la divisione cellulare.

Si tratta di un prodotto antico ma ancora spesso impiegato in chemioterapia; è incluso in numerosi protocolli classici.

Assumerlo per via orale  soprattutto a dose molto bassa ed in monochemioterapia è una cosa discutibile. Questo modo di impiegarlo rischia di creare resistenze.

DI BELLA ha solo applicato nozioni conosciute da almeno 20 anni dalla scienza medica. La sua proposizione terapeutica è improntata di logica e può avere una certa efficacia.

Alcune persone si sono entusiasmate all’idea che il “cocktail” potesse essere più efficace di quanto lo fosse in realtà.

Detto questo, come per SOLOMIDÈS, come per BELJANSKI, come per ogni proposizione terapeutica nuova e futura, sarà la sperimentazione sull’uomo a provare o dimostrare la validità, l’efficacia reale ed i limiti di una terapia. Esiste un universo tra la teoria, la logica, le sperimentazioni convincenti effettuate in laboratorio o sugli animali e l’efficacia sull’uomo. La cellula cancerosa è un nemico temibile. “Essa sa fare tutto e quando c’è qualcosa che non sa fare, impara a farlo in breve tempo, cioè in tempo troppo breve per noi.” La prima cosa che impara a fare è sventare i nostri tentativi e resisterci.

Un alto numero di ricercatori e di medici di valore e sinceri sono caduti nella stessa trappola, e DI BELLA come gli altri, nel credere e nel dichiarare troppo velocemente o/e troppo categoricamente che avevano scoperto come “guarire” il cancro.

Il vaccino del professor MARUYAMA

Il professor Chisato MARUYAMA, ex-preside della facoltà di Tokyo, è morto qualche anno fa. Aveva dedicato quasi trenta anni a studiare la tubercolosi e la lebbra, ed aveva inventato un vaccino contro questa ultima. Si è poi accorto che questo vaccino frenava la proliferazione delle cellule maligne ed ha avuto l’idea di impiegarlo nel trattamento del cancro. In un primo tempo ottenne risultati incoraggianti sul cancro allo stomaco che è frequente in Giappone. Poi sul cancro della pelle.

Fin d’allora il vaccino è stato sperimentato su numerosi tipi di cancro. I pazienti a cui è stato somministrato dopo altre terapie (chirurgia, radioterapia e chemioterapia) hanno una durata di sopravvivenza aumentata in modo significativo (stabilizzazioni lunghissime,fino a 10 anni, nei glioblastomi, tumori al pancreas e nel cancro allo stomaco).

Esistono tre tipi di vaccini: A, B, C. il vaccino C è riservato al trattamento della lebbra.

I vaccini A e B vengono impiegati nel trattamento del cancro in ospedali giapponesi.

Si tratta dello stesso prodotto (sostanza estratta dalla membrana del bacillo di KOCH[10], costituita da un polisaccaride e da un acido nucleico), ma presentato in due  concentrazioni diverse:

  • A = 1,00 c/c
  • B = 0,1 c/c

Non si può non essere stupiti della similitudine di questo prodotto con un altro prodotto che fu sperimentato verso gli anni 90 all’Institut Gustave ROUSSY e che era chiamato “Poly A – Poly U” e di cui non abbiamo più sentito parlare.

Il trattamento consiste in una cura di 40 iniezioni sottocutanee del vaccino A e del vaccino B a giorni alterni. È da notare un particolare importante: l’innocuità del trattamento è assicurata.

Come agisce?

MARUYAMA proponeva due teorie:

  • Attivazione del sistema immunitario,
  • Attivazione ed aumento della secrezione dall’organismo di citochine, in particolare di interferoni.

Non è molto facile ottenere il prodotto perché i problemi legati al trasporto e alle dogane sono molto frequenti. D’altro canto, si deve avere la prescrizione di un medico riconosciuto dall’ istituto di ricerca giapponese[11] sui tumori.

Altri prodotti e tecniche presentano un certo interesse, non come trattamento specifico, ma come terapia di sostegno.

 

 

[1] Laparoscopia: endoscopia della cavità peritoneale.

[2] Science, 2 dic. 2005, pp. 1495. FINGER e Coll.

[3] Ascite: Presenza di liquido nella cavità addominale.

[4] Natural Source International, Ltd. PNB 331, 208 East 51 Street New York, NY 10022 – USA – Tel: 001 (212) 308-70066. Guy Trédaniel Editeur ha pubblicato più opere relative a M. BELJANSKI, tra cui: La Santé confisquée [La Salute confiscata], Chronique d’une fatwa scientifique [Cronaca di una fatwa scientifica]...

[5] IGR: Tumeurs neuro-endocrines [Tumori neuro-endocrini] – Ph. Rougier.

[6] GH: Ormone gonado-trofico o ormone di crescita

[7] Somatostatine et angiogenèse [Somatostatina ed angiogenesi]: GOUYSSE G., NEJJARI M. e coll. INSERM U45 aprile 2004.

[8] Ipofisi: ghiandola endocrina collegata al cervello.

[9] “Antagoniste du récepteur de la prolactine” [Antagonista del ricettore della prolattina], Pr. KELLY, Unità Inserm 584 – 23/09/2005.

[10] Bacillo di KOCH: bacillo tubercolare umano.

[11] The research institute of vaccino therapy for tumors and infectius diseases nippon medical school. 1-1 SENDAGI – BUNKYO-KU TOKYO 113 – 8706 JAPAN. Tel: 03 38 22 21 31.

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