Si può guarire

 “Ma dottore, non mi sono mai ammalato, non fumo, e ho un cancro. Non è normale. Cosa ho fatto al Buon Dio per meritare ciò?”

La malattia cancerosa colpisce senza rumore, per tanto tempo senza segni annunciatori. Fumare, bere alcol, seguire un’alimentazione squilibrata ed irrazionale, essere in contatto con sostanze cancerogeni, vivere nelle grandi città, avere nel genoma geni a rischio, sono certo fattori favorevoli ma non determinanti. D’altro canto, i cancri che colpiscono individui senza eziologia determinata sono numerosi, per lo meno in apparenza.

Il crollo delle difese immunitarie può spiegare la comparsa di un cancro, ma questa situazione è sicuramente molto meno frequente di quanto si pensava. La maggior parte dei malati di cancro ha spesso difese immunitarie stimolate e non diminuite come si potrebbe credere. Sono, di solito, le terapie anticancro come la chemioterapia o la radioterapia che, a lungo termine, possono far crollare il sistema immunitario, soprattutto se non si interviene per sostenerlo. L’altro responsabile della debolezza immunitaria è lo stress, che sia fisico o psicologico e mentale, e che viene aumentato dall’assunzione di antinfiammatori e soprattutto di antidepressivi.

L’invecchiamento è un’altra eziologia che non può essere dimenticata. Le cellule invecchiando potranno talvolta rifiutare di suicidarsi. Si appoggiano ad un sistema di sopravvivenza, il sistema S.O.S. che esiste nei batteri e che li spingono a sopravvivere diventando cancerose (Lucien ISRAËL).

Arriviamo al concetto della mente. È probabile che la comparsa di numerosi cancri sia legata a debolezze o “impulsi” che nascono a livello della mente. Parecchio tempo dovrà passare prima che gli scienziati scoprano il perché ed il come. Ma è solo una questione di tempo.

Allora, perché io? Semplicemente perché nessuno è al riparo. La maggior parte degli scienziati pensa che occorre avere la convergenza di più fattori favorenti ed un po’ di sfortuna per provocare la nascita di un cancro in un organismo umano.

Inoltre evitare tutti i fattori predisponenti al cancro non è più possibile oggi: alimentazione, inquinamento dell’aria e delle acque, onde elettromagnetiche, stress, farmaci, geobiologia, ecc.

Alla velocità alla quale va avanti la degradazione inesorabile del nostro pianeta, tra poco una persona su tre sarà colpita dalla malattia cancerosa.

Occorre fare del nostro meglio per tentare di non ammalarci mettendo in atto tutti gli strumenti disponibili dalla prevenzione e se sopraggiunge la malattia occorre armarci di forza e determinazione, affrontare la battaglia e vincere con tutti i mezzi a disposizione.

Sicuramente la prima cosa da fare è quella di contattare una delle tantissime associazioni di malati oncologici suddivise in tutto i territorio per condividere esperienze, informazioni, e ricevere sostegno psicologico e pratico da chi ci è passato prima o chi sta combattendo la malattia in quel momento.

 

Perché occorre sempre sperare?

Ecco degli esempi.

Ecco qui di seguito qualche caso “disperato” che vi conferma che si può guarire. La scelta è stata difficile perché i casi presentati dal Dr Philippe Lagarde erano numerosi e tutti interessanti.

La signora P. - morbo di Hodgkin

Una ragazza di 20 anni colpita da un morbo di Hodgkin di tipo sclero-nodulare, mi consulta accompagnata dal suo fidanzato. Anche lei ha seguito un trattamento di 13 mesi nell’ospedale della sua città, nell’Italia del nord. Dopo un breve periodo di remissione, questa giovane paziente ha presentato una recidiva massiccia, sotto trattamento chemioterapico. Si tratta di uno stadio IV con invasione epatica, lombo-aortica e splenica. I medici hanno avvisato la famiglia che la prognosi era particolarmente nera e, per questo motivo soprattutto, si sta rivolgendo a me. Finora, i miei colleghi italiani hanno utilizzato il protocollo classico detto MOPP (Mecloroetamina, Vincristina, Procarbazina e Prednisone) secondo il modo “effetto dose” estremamente pesante ed aggressivo che ha costretto loro ad aspettare due mesi prima di poter cominciare la radioterapia.

La radioterapia è poi stata rimandata data la recidiva sotto-diafragmatica scoperta durante il bilancio precedente alla radioterapia.

  • Il morbo di Hodgkin colpisce soggetti giovani e la diagnosi viene stabilita con la scoperta di una cellula particolare, la cellula di Sternberg, durante lo studio istologico (al microscopio) di una biopsia gangliare.

 

  • I risultati dei trattamenti attuali sono spesso eccellenti ma non occorre credere che si possa guarire tutti i morbi di Hodgkin. Quando la medicina allopatica annuncia il 90% di risultati positivi, si tratta di un gruppo molto specifico:
  1. di tipo istologico a predominanza linfoide oppure sclero-nodulare,
  2. di grado 1 o 2.

Il grado viene determinato dall’importanza della diffusione e la classificazione è stabilita secondo lo schema qui di seguito. È importante per la prognosi perché determina la massa tumorale.

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Ma esistono due altre varietà istologiche per cui i risultati non sono così favorevoli: Hodgkin a cellularità mista ed a depressione linfoide.

Nel caso della signora P., nonostante il tipo istologico favorevole (sclero-nodulare), c’era un fallimento della chemioterapia basata sul protocollo MOPP.

Decidiamo di applicare un nuovo protocollo, che contiene quattro nuovi prodotti: Adriamicina, Bleomicina, Dacarbizina e Vinblastina, classicamente chiamati ABVD. Ma somministriamo questa nuova chemioterapia in un modo molto più scaglionato nel tempo e rompiamo così con le abitudini accademiche.

Dopo tre cure, una remissione completa è ottenuta. Beneficiando dell’esperienza fatta precedentemente dai colleghi italiani che avevano anche loro ottenuto la remissione dopo il MOPP, attacchiamo immediatamente con la radioterapia sulle principali zone gangliari, la milza e il mediastino.

Poi abbiamo ripreso la chemioterapia subito dopo la fine dell’irradiazione sempre nel modo semi continuo. Queste diverse terapie aggressive sono state sopportate grazie al modo di applicazione scelto ed alla terapia di sostegno con gli integratori di Vita Complex  che è stata somministrata durante questo periodo. Così tre altre cure ABVD sono state somministrate.

Il bilancio generale che prevede uno scanner corpo integrale è negativo un anno dopo.

Ho quindi esitato. Smettere ogni trattamento specifico ed aspettare sorvegliando? Continuare un trattamento? Scelsi la seconda soluzione. Prescrissi a questa giovane paziente Lomustina (Belustina)[1] per via orale ed applicai tre nuove cure per via endovenosa, ad intervalli di tre mesi, impiegando due nuovi prodotti: Ciclofosfamide e Velbe.

Il trattamento di sostegno con gli integratori era mantenuto, al quale aggiunsi il Viscum album.

Due anni dopo viene confermata la remissione completa.

Mantenni il trattamento con Lomustina per via orale per sei mesi supplementari. La paziente si sposa due anni dopo.

Quasi 3 anni dopo, il controllo non rivela nessuna anomalia. Decido di smettere ogni trattamento aggressivo. Continuo il trattamento integrativo associando allora Vitamine C, vitamina E, vitamina A, Desmodium ascendens, Sierocitoli SRE ed EMUNTORI, Viscum album.

I controlli nei mesi seguenti sono soddisfacenti. Il ciclo della paziente ricompare e si stabilizza. Il modo di applicazione della chemioterapia e la protezione delle ovaie durante la radioterapia in questo caso hanno funzionato.

Quattro anni dopo, la paziente presenta all’improvviso ipertiroidismo, probabile conseguenza della radioterapia, che viene curato e risolto rapidamente.

La remissione continua e 6 anni dopo, la paziente mi annuncia timidamente (perché le avevo vietato di pensare a procreare) che è incinta.

Oggi è la madre di due figlie e la sua malattia è solo un cattivo ricordo.

Questo caso ci permette di trarre qualche conclusione interessante. Di nuovo, i medici si sono permessi di condannare un paziente prima di aver impiegato tutte le risorse a loro disposizione. È ovvio che da qualche parte la loro strategia non era la migliore. Una chemioterapia, per essere efficace, non deve per forza essere un terremoto, ma può essere efficace semplicemente grazie ad un’applicazione meno brutale somministrata su un periodo più lungo. La cura adiuvante di sostegno e di protezione con gli integratori giusti, associata al modo di applicazione più dolce, ha permesso da una parte di applicare i trattamenti senza interruzione, e questo è importantissimo, e d’altra parte, di conservare l’integrità del suo apparato genitale e riproduttivo.

Il profilo psicologico della paziente è anche qui molto interessante. Nonostante la gravità della sua malattia ed il peso delle terapie, essa ha conservato una spensieratezza, una fiducia nei medici e nel futuro straordinari. D’altra parte, è stata meravigliosamente appoggiata dalla sua famiglia, dal suo fidanzato e dai suoi amici.

 

La signora T. - cancro all’intestino

Prima visita il 26/02/2003.

Tumore importante al colon sigmoideo con metastasi epatiche nodulari diffuse invadenti l’insieme del fegato. La prognosi è quindi particolarmente nera.

I marker si rivelano negativi a parte il TPA che si trova a 584.

STP del 26/02/2003

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Protocollo di trattamento dal 28/02/2003 al 03/03/2003.

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Grazie alla negatività dell’ACE e del CA 19: 9, gli esami complementari come lo STP test e soprattutto la cancerometria di VERNES si rivelano particolarmente interessanti poiché potranno essere utilizzati come marker.

Decidiamo di applicare una chemioterapia associata ad un anti-angiogene (CARTCELL[2]).

Il protocollo in semi-continuo associa il platino, il 5-Fluoro-uracile e l’Amecitina.

La base contiene vitamine C, B (senza B12), minerali, fisiatroni sintetici, Biotina, Bepantene, protettore epatico (Cholo 1).

Il Tad 600 (Glutatione) per finire. Dieci minuti sotto OLOM seguono la seduta.

Le dosi saranno sicuramente valutate troppo deboli per l’oncologia accademica.

Nell’intercura:

CARTCELL: 2 fiale al giorno in 6 somministrazioni.

Vitamine: Delta A, Delta E e Delta C.

BETACOMPLEX (minerali ionizzati)

DRENANTI (Desmodium e Drainacomplex)

PROBIOTIC (flora intestinale)

 

12 giorni dopo la fine della prima cura, la cancerometria di VERNES mostra un netto e notevole miglioramento dimostrando la sua affidabilità ed la sua utilità come marker.

Questo miglioramento si conferma con il crollo del TPA a 104 e con il miglioramento clinico.

Dopo 6 mesi di trattamento, i risultati sono insperati. La cancerometria di VERNES è stata migliorata in modo spettacolare, il TPA si è normalizzato, la malata ha ripreso il suo lavoro e il tumore del sigma è diminuito del 80%. Le metastasi epatiche sono ancora visibili ma sono anch’esse diminuite del 80%.

FRED delle cancerometrie successive.

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Questa paziente non è certo guarita a tutt’oggi, ma una regressione della malattia ha permesso l’instaurazione di uno stato di stabilità e le condizioni relative al suo benessere sono buone. Tre anni sono trascorsi. Quanto potrà durare questo equilibrio? Non lo so. Ma questa malata che non doveva superare sei mesi di sopravvivenza è ancora qua.

Il suo trattamento di mantenimento consiste in:

COMITRIS: 2 fiale di 30 ml al giorno in sei assunzioni

WOBEMUGOS: 4 compresse al giorno

Delta A, Delta C, Delta E e Selenio

BELUSTINE: 2 mg al giorno per sei giorni consecutivi ogni quattro settimane

OCTREOTIDE[3]: 1 iniezione intra musculare al giorno tre volte a settimana.

 

Il signore W. - cancro alla vescica

Età: 68 anni. Questo caso particolarmente interessante è edificante.

Tumore alla vescica mentre il paziente è in grave insufficienza cardiaca impedendo ogni tipo di intervento, tra cui la cistoscopia e la chemioterapia. Gli prescriviamo solamente CARTCELL in ragione di 3 fiale al giorno e WOBEMUGOS.

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massa intravescicale di 21 mm proliferante

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Due anni e mezzo dopo

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Nessuna immagine patologica individuabile.

 

Dopo tre mesi, i sanguinamenti sono scomparsi e dopo quattro mesi, l’ecografia non individuava più la presenza di massa anomala intravescicale.

Ha continuato la cura per due anni e nessuna recidiva è stata individuata. Stanco di dover prendere la sua dose di COMITRIS sei volte al giorno, smette da sé la cura. E non lo vedo più.

Due anni e mezzo dopo, ripresa dei sanguinamenti. Consulta di nuovo. L’ecografia individua di nuovo una massa di 21 millimetri.

Ripresa della cura subito.

Quattro anni dopo il malato non ha nessuna manifestazione sintomatica ed il bilancio ecografico è negativo. Prende tuttora l’anti-angiogene.

In conclusione, possiamo dedurre da questo esempio due insegnamenti importanti. Innanzitutto, che gli anti-angiogeni possono avere una certa efficacia e che rappresentano davvero una nuova strada interessante di terapia del cancro. Ma come pensano gli scienziati che studiano attualmente questo tipo di prodotto, la loro azione anti-angiogenica probabilmente non basta per “guarire” il cancro. Nel caso presentato, la recidiva nello stesso punto è stata rapida appena il paziente ha sospeso la cura. Infine, sembra che l’effetto bloccante sia costante e soprattutto durevole. Di solito, la malattia cancerosa si abitua molto rapidamente ad un farmaco anticanceroso e diventa resistente. Si parla allora di scappamento al farmaco. La somministrazione di una cura identica a quella che aveva dato un risultato la prima volta si conclude con un fallimento.

Abbiamo visto qui che la ripresa del farmaco non ha riscontrato resistenza e che è stato attivo tanto rapidamente come la prima volta. Inoltre, oggi siamo a quasi cinque anni dall’inizio della cura. È un periodo piuttosto lungo in paragone agli scappamenti ai farmaci conosciuti sia in chemioterapia che in ormonoterapia. D’altronde abbiamo più pazienti che prendono CARTCELL/COMITRIS che hanno superato sei anni di cura senza che si scateni una resistenza.

La signora C. - cancro all’ovaio

Malata allettata di 67 anni. Era stata dimessa dall’ospedale per morire a casa dopo che l’équipe ospedaliera aveva valutato l’inutilità di applicare un trattamento di fronte a questo caso classificato come terminale: ascite importanti insieme ad un’albumina crollata.

I marker ACE e CA 125 erano molto più alti della norma: rispettivamente 78 e 2456.

Si trattava di un cancro bilaterale alle ovaie associato ad un tumore mostruoso all’utero. Dopo una cura di chemioterapia sotto OLOM[4] (si veda protocollo qui di seguito), si decideva di procedere all’intervento nonostante la reticenza del chirurgo. Le difese immunitarie erano in ottimo stato secondo la cancerometria di VERNES.

Resoconto istologico

Conclusione:

il tumore uterino è un adenocarcinoma poco differenziato di tipo muco-epidermoide, di grado istologico G3. Il tumore ovarico sinistro presenta un aspetto istologico sovrapponibile: adenocarcinoma poco differenziato di tipo endometrioide. Il nodulo peritoneale posteriore e le metastasi iliache invece evocano più un carcinoma di tipo ovarico: tipo cisto-papillare con calcificazioni. Di fronte a questi tre tumori, di tipo istologico leggermente diverso, l’ipotesi più verosimile è quella dello sviluppo simultaneo di un adenocarcinoma endometriale di tipo muco-epidermoide, poco differenziato, di grado G3 e di un adenocarcinoma ovarico sinistro, di tipo misto (endometrioide e cisto-papillare). L’ipotesi di un’unica origine, o endometriale o ovarica, è meno verosimile, perché ogni sito evocato, presenta argomenti contraddittori.

Dott. M. J. C.

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Abbiamo somministrato cinque cure di chemioterapia sotto potenziamento OLOM.

Il protocollo adottato prevedeva la somministrazione di quattro prodotti diversi su cinque giorni consecutivi:

  • Cisplatino: 20 mg/dì in un’ora
  • Bleomicina: 6 mg/dì in un’ora
  • 5-Fluoro-uracile: 500 mg/dì in 3 ore
  • Endoxan: 200 mg in bolus nei giorni 1-3-5.

Il trattamento di sostegno prevedeva:

  • Una fleboclisi, prima del passaggio di chemioterapia, contenente vit. C 2 g., Becozima, sulfato di Mg 15%, biotina, Bepantene, fisiatroni sintetici, Cholo 1, il cui ruolo è di proteggere il fegato, il sistema nervoso e di potenziare la terapia.
  • Una fleboclisi di Glutatione e di Esafosina conclude la seduta quotidiana in associazione con l’idratazione la cui funzione è di proteggere i reni e detossicare l’organismo.
  • La paziente passa quindi 10 minuti sotto l’oscillatore ad onde multiple di LAKHOVSKY (OLOM) per potenziare la terapia che si trova ancora nel suo corpo.

 

Anche durante i 21 giorni di riposo viene seguito un trattamento:

Vitamine A, E, C, B,  (senza B12)

Minerali BIOCEAN

Omega 3,

Serocitoli: Diencefalo, SRE, Emuntori,

Enzimi sotto forma di CARZODELAN (IM)[5].

Remissione completa dopo la 6° cura. Ecografia negativa. CA 125 a 18 ed ACE a 1,4.

Decidiamo di non praticare nessun secondo look perché abbiamo ritenuto che rappresentasse solo una curiosità scientifica inutile per il benessere della paziente.

Un trattamento orale è quindi stato prescritto alternando ALKERAN ogni 6 settimane e VEPESIDE ogni 3 settimane, per un anno e mezzo; OLOM periodicamente ed integratori alimentari antiossidanti[6]; Viscum Album Mali in diluizione St. 5, St. 4 e St. 3 in serie di 7 con intervalli di periodi di riposo.

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6 anni dopo, controllo generale perfetto. Scanner negativo; CA 125: 19 ed ACE: 3.

La cancerometria di VERNES è quasi tornata alla norma e constaterete che la curva ha raggiunto la zona normale, in particolare al livello del tubo 9, cioè quello che “marchia” la malattia cancerosa.

 

Questa paziente a cui erano stati dati due mesi di vita, è ben viva 11 anni dopo, grazie ad una giusta strategia ed alla sua volontà di vivere, ed è tutt’ora in remissione completa. Il suo trattamento attuale prevede solo antiossidanti ed  episodicamente il Viscum album. Sono ormai 11 anni che secondo i medici doveva morire. Ma, come avete potuto notare, ho parlato della sua volontà di vivere. Senza di essa il mio trattamento forse sarebbe fallito.

La signora Ca. - cancro al seno

Ecco un altro caso edificante. Questa paziente di 45 anni ha rifiutato ogni terapia convenzionale per tre anni. Si era affidata alla terapia psicologica secondo HAMER e ad un prodotto della medicina “alternativa” italiana, il siero di Bonifacio. Essendosi accorta tardivamente del suo errore, fu rifiutata dal reparto ospedaliero che consultò in seguito, ed arrivò alla mia consultazione.

Il bilancio generale non individua metastasi apparenti. Gli ACE sono normali ma il CA 15:3 è positivo a 135.

Iniziamo con una terapia che associa:

  • una chemioterapia in semi-continuo scelta tramite biorisonanza e quindi non del tutto secondo le regole accademiche, e senza appoggiarsi sui protocolli internazionali[7]:
  • CISPLATINO 15 mg al giorno in 15 minuti per 5 giorni
  • BLEOMICINA 6mg al giorno in 1 ora per 5 giorni
  • TAXOL 30 mg al giorno per 3 giorni in 1 ora
  • 5-FLUORO-URACILE 500 mg al giorno per 3 giorni consecutivi G3-G4-G5

 

PROTOCOLLO B:

  • NAVELBINE 10 mg in 30 minuti nei giorni 1-3-5
  • VEPESIDE 30 mg al giorno in 30 minuti per 5 giorni

Questi due protocolli sono stati alternati ogni 21 giorni.

 

  • Un anti-angiogene: COMITRIS 2 fiale al giorno in 6 somministrazioni in 24 ore.
  • Una cura di sostegno che prevede: Minerali BIOCEAN , vitamine DELTA C, E, B  (senza B12), ALFA Glutatione, Enzimi, P.S., Cholo 1.

 

Dopo otto cure (quattro di ciascuna), il tumore si è necrotizzato, e quindi è stato eliminato tramite via anteriore ma anche attraverso una fistola posteriore all’altezza della spalla.

Il bilancio generale è tuttora negativo. Il CA:3 è a 38.

Un anno dopo decidiamo di sospendere la chemioterapia in corso e di sostituirla con un protocollo orale che associa in alternanza tre prodotti: BELUSTINE, XELODA ed ENDOXAN.

NOVALDEX è iniziato un anno dopo in associazione con PARLODEL.

Due anni dopo lo stato locale della paziente è in fase di miglioramento continuo. Il bilancio generale è sempre muto. È un pochino ingrassata ma sta bene.

La massa tumorale è stata eliminata completamente lasciando una cicatrice che assomiglia a quella di un intervento chirurgico che non è mai stato praticato.

Che insegnamenti possiamo dedurre da questo caso?

Innanzitutto, attenti al canto delle sirene. Le terapie cosiddette alternative hanno talvolta pregi, e lo riconosco anche per primo, ma ahimè, non guariscono il cancro.

  D’altro canto, questo caso dimostra che si può talvolta risolvere una situazione che sembrava all’inizio una causa persa. Poi, la natura e le risorse di un organismo umano mostrano ogni giorno che a loro niente è impossibile se la terapia trova la strada giusta per permettere loro di farcela. Il caso della paziente è da questo punto di vista una lezione.

Infine, una chemioterapia adeguata al paziente è spesso più efficace che una chemioterapia pesante stabilita secondo i protocolli internazionali. Come ha detto Lucien ISRAËL: “In medicina, il protocollo prestabilito è il massimo della mediocrità.”

 

Il signore N. - cancro al polmone

Questo signore presentava un cancro al polmone destro, di tipo epitelioma ben delimitato e lontano dalle zone delicate permettendo quindi un intervento chirurgico abbastanza facile.

Seguì i miei consigli e gli somministrai un trattamento pre-operatorio di due cure a distanza di 15 giorni. Queste cure associavano:

 

  • Chemioterapia: Metotrexate, Tiotepa, Belustina in 5 giorni in modo semi-continuo.
  • Fisiatroni sintetici per i 5 giorni di chemioterapia.
  • Enzimi di tipo CARZODELAN: 3 iniezioni intra musculari a settimana.
  • Vitamine delta A, E, C.

 

Dieci giorni dopo la fine della seconda cura, lo lobectomia fu praticata. Il tumore aveva un diametro di 1,5 centimetri ed i linfonodi prelevati a livello del mediastino per controllo istologico erano indenni da metastasi.

Di fronte a questi risultati istologici favorevoli, feci prendere al paziente una cura basata solo su enzimi, vitamina delta A e Viscum album.

Quattro anni dopo, nel giugno 1984, durante un controllo di routine, scopriamo una massa a livello del polmone sinistro.

Decido di seguire la stessa strategia, utilizzando questa volta il PLATINO associato alla BLEOMICINA ed al 5-FLUORO-URACILE, protocollo caro al mio Maestro Lucien ISRAËL.

Una seconda lobectomia, ma questa volta a sinistra, viene praticata. Stesso tipo istologico con un diametro di 2 cm. Si tratta di una recidiva del primo cancro? Probabilmente no. Uno dei linfonodi prelevati nel mediastino è invaso. Questo è un’indicazione per un’eventuale radioterapia. Dopo molte esitazioni, eliminiamo questa soluzione di fronte ad una funzione respiratoria già diminuita da due lobectomie. Questa volta, applico quattro cure post-chirurgiche di chemioterapia, impiegando il PLATINO, ed il 5-FLUORO-URACILE, sospendendo la BLEOMICINA; sempre per evitare i rischi di diminuire la funzione respiratoria. In effetti, questo prodotto può causare fibrosi del tessuto polmonare.

D’altro canto, al paziente viene inoculato il vaccino di MARUYAMA per tre anni con una cura tre volte l’anno durante il primo anno e due volte l’anno durante i due anni seguenti.

Questo paziente non ha mai recidivato e sta benissimo 20 anni dopo.

Conclusione: Questo caso mi fa pensare che, da una parte, questa malattia ci prende in giro. Lucien ISRAËL, quando seguivo il suo insegnamento ad Avicenna, diceva:

“Ci sono dei tumori che non vogliono metastatizzare.”

E d’altra parte, il cancro è una malattia di sistema, d’organo o di tessuto. Il caso di questo cancro “epiteliale”, sviluppato prima a destra, poi a sinistra, fa pensare ai tumori al seno detti “speculari”. Anch’essi sono di tipo epiteliale. Anch’essi sono bilaterali. Ora, finalmente, si comincia ad ammettere che il cancro al seno è una malattia delle ghiandole mammarie e non un semplice tumore. Non potrebbe essere la stessa cosa per gli epiteliomi del polmone e di altri organi?

La signora Par. - cancro al seno

Presento questo caso per mostrare l’importanza e la qualità dell’ecografia duttoradiale effettuata prima di decidere il tipo di intervento da praticare nel caso di tumore al seno.

Si tratta di una donna giovane, 45 anni, alla quale viene scoperto alla palpazione un nodulo alla giunzione dei quadranti superiori del seno sinistro. La mammografia rimane dubbiosa. L’ecografia classica mostra una formazione solida di 8 millimetri. Le viene proposta in un primo tempo una biopsia con l’ago seguita da una tumorectomia e prelievo di un linfonodo sentinella data l’assenza di altre lesioni individuabili e l’assenza di linfonodi palpabili nell’incavo ascellare. La paziente ci consulta allora per avere un secondo parere.

Chiedo subito un’ecografia duttoradiale. Il risultato è ben diverso degli esami precedenti.

Non solo viene individuato il nodulo principale che è vascolarizzato e quindi sicuramente maligno ma vengono anche individuate lesioni disseminate in più lobi del seno la cui dimensione è compresa tra 3 e 5 millimetri. Queste lesioni non sono state viste dalle tecniche precedenti.

Una semplice tumorectomia sarebbe stata un errore fondamentale che avrebbe dato luogo o ad un secondo intervento entro tre settimane o peggio ancora ad una possibile recidiva qualche mese dopo.

Questa paziente ha subito immediatamente una mastectomia e la “malattia” diffusa della ghiandola mammaria è stata confermata dall’analisi istologica. Inoltre una chemioterapia neo-adiuvante è stata applicata prima dell’intervento. Abbiamo fatto bene poiché si trattava di un grado 2.

Ogni anno sono venuti decine di casi simili in consultazione nel nostro studio o reparto.

La morale della storia è ovvia, innanzitutto come ha scritto STAVROS:

“Se esiste un nodulo, occorre cercare gli altri.”

Se le tecniche convenzionali di routine non li trovano, è dovuto soprattutto al fatto che non sono in grado tecnicamente di trovarli. Ciò significa che la moda della tumorectomia è nella maggior parte dei casi un errore fondamentale e che non utilizzare sistematicamente l’ecografia duttoradiale è un’aberrazione. Infine, il cancro al seno è una malattia che interessa tutta la ghiandola e forse pure le due ghiandole mammarie.

 

Il signor Da. - cancro al retto

Questo malato, di 62 anni, mi consulta in uno stato pietoso. Ex-legionario, con decorazioni multiple, eroe di Dien Bien Phu, è padre di due figlie di 3 e 5 anni.

Colpito da un tumore al retto diagnosticato un anno prima, aveva rifiutato ogni tipo d’intervento e di trattamento a parte un digiuno.

Dopo aver più volte rifiutato ogni intervento da parte mia, non sopportando più il dolore, finisce con l’accettare i miei consigli. Il processo tumorale è estremamente avanzato sul piano locale ed interessa il retto su 10 cm incluso lo sfintere anale (il che in teoria sottintende l’impossibilità per il chirurgo di ristabilire più tardi una continuità dell’intestino). È presente qualche adenopatia loco-regionale, ma le analisi non individuano nessuna metastasi visibile. In effetti, ricordatevi che al di sotto del centimetro la radiodiagnostica spesso rimane muta.

Dopo lunghe esitazioni, la nostra équipe composta dai dott. GOURGUE (chirurgia), dott. ROQUETTE ed ACHILLE (radioterapisti) ed io, ma anche dal paziente, decide di praticare in un primo tempo una derivazione ed un ano artificiale. L’istologia della lesione rivela una sorpresa, poiché si tratta di un tumore di tipo spino-cellulare, cancro particolarmente sensibile alla radioterapia. Di conseguenza, viene deciso di trattare questo tumore esclusivamente con la radioterapia, che interesserà la zona tumorale e le zone gangliari loco-regionali. Un trattamento di protezione e di sostegno viene somministrato. Due mesi dopo, con fleboclisi di fisiatroni sintetici, la continuità può essere ristabilita. Il malato viene messo sotto trattamento di sostegno e vaccino di MARUYAMA.

D’altro canto segnaliamo un fatto particolarmente interessante. Questo paziente, la cui psiche è molto particolare, abbraccia la fede in Dio nel momento stesso in cui iniziamo la cura. Coma aveva sempre fatto durante la sua vita militare, lo fa con una convinzione che assomiglia a fanatismo. Era sicuro che Dio l’avrebbe guarito.

Comunque sia, la sua guarigione fu reale poiché morì all’età di 83 anni senza recidiva. Fu un pilastro della sua comunità religiosa ed evangelizzò il suo prossimo.

Morale:

Innanzitutto, questa storia è la prova che non dobbiamo respingere nessuna delle armi a nostra disposizione. La radioterapia, che considero come l’arma più pericolosa e più limitata di fronte alla malattia cancerosa, ha indicazioni che non possono essere ignorate. Impiegata bene, essa reca talvolta un aiuto prezioso.

In questo caso, era importante conoscere l’istologia all’inizio. Ma abbiamo fatto la biopsia nel corso dell’intervento iniziale.

La partecipazione del paziente alle decisioni fu molto positiva. In effetti, insistette sul fatto che voleva salvare il suo ano, altrimenti avrebbe rifiutato la nostra strategia terapeutica. Questa pressione da parte sua influenzò parecchio la nostra decisione finale.

Chi ottenne la guarigione? Non è molto importante sapere se è la medicina, la psiche particolare del paziente, Dio o tutti e tre insieme. L’importante è che questo caso disperato fu guarito e dimostra così che tutto è possibile.

 

La signora Br. - linfoma non Hodgkin

Questa paziente mi consulta per una terza recidiva del suo linfoma non Hodgkin di tipo B. Negli ultimi cinque anni ha subito tutte le terapie classiche incluso un trapianto di midollo. All’esame clinico voluminose masse gangliari sono palpabili in tutte le zone gangliari (ascellari, cervicali, inguinali), la milza è voluminosa. L’ecografia mostra un’invasione generalizzata dell’addome. La radiografia del torace mostra un allargamento del mediastino ed un moderato travaso pleurico bilaterale.

Iniziamo il trattamento con una chemioterapia scaglionata su cinque giorni in semi-continuo. Il protocollo è basato su un’associazione di prodotti non ancora impiegati nelle cure precedenti. Le dosi sono moderate poiché la formula sanguigna della paziente è al limite delle possibilità terapeutiche (piastrine 90 000, globuli rossi 2800 ed emoglobina 9,6). Ciò sottintende che il protocollo esce per forza dagli soliti schemi.

 

(par jour = al giorno)

PREDNISONE per os 60mg 60mg 60mg 60mg 60mg 20mg par jour
VP-16 IV 30mg 30mg 30mg 30mg 30mg
NOVANTRONE IV 10mg
MTX en IV 25mg 25mg
BELUSTINE per os 5 mg par jour

 

A questo viene aggiunto un trattamento di sostegno e di protezione con gli integratori della ditta VITA COMPLEX.

Ho la buona sorpresa di ottenere una remissione quasi completa in quattro cure. Persiste solamente un residuo di travaso pleurico bilaterale. La formula sanguigna essendo estremamente precaria, sospendiamo le cure e mettiamo questa paziente sotto una cura di mantenimento con VP-16 per os alternato con BELUSTINE per os a distanza di cinque settimane. Ogni tre mesi una cura dello stesso tipo viene ripresa appena la formula sanguigna lo permette.

L’equilibrio è mantenuto in questo modo per 5 anni. 5 anni dopo, durante un accesso influenzale, si manifesta un herpes zoster cervicale. Assisto impotente ad un’esplosione evolutiva brutale e generalizzata che resiste a tutti i nostri tentativi terapeutici. La situazione diventa orrenda mentre l’herpes colpisce le enormi adenopatie cervicali e provoca alla pelle fistolizzazioni delle adenopatie ascessuali. Annuncio a suo marito la prognosi molto nera. Di fronte al suo smarrimento, gli propongo di procurarmi un nuovo farmaco, il MABTHERA.

Si tratta di un ANTICORPO MONOCLONALE in sperimentazione sui linfomi di tipo B. Iniziamo questa cura. Due mesi dopo, la paziente si trova di nuovo miracolosamente in remissione quasi totale. Le adenopatie si sono volatilizzate, eccetto un’adenopatia inguinale destra; le fistole si sono cicatrizzate, la milza ha ritrovato una dimensione ed un aspetto normale all’ecografia; il travaso pleurico bilaterale rimane molto discreto. La formula sanguigna è migliorata in modo notevole. Solo le immunoglobuline rimangono bassissime. La terapia con MABTHERA viene proseguita a dosi moderate ogni quattro settimane. Di fronte alla persistenza della massa inguinale destra vengono applicati sulla zona inguinale destra 50 Gy di radioterapia. Questa paziente è tuttora seguita e sta bene.

Morale: mai abbassare le braccia di fronte alla malattia. Guadagnare tempo può permettere di beneficiare di una terapia nuova. Per durare nel tempo, occorre preservare l’organismo del paziente e le terapie troppo forti non sono una soluzione.

 

La signora Col. - cancro al pancreas

Ho questo caso particolarmente a cuore e, per questo motivo, l’ho tenuto per concludere questa sezione dedicata ai casi clinici, diciamo difficili, ma anche sorprendenti e che mostrano che la battaglia merita sempre di essere ingaggiata, anche se sembra talvolta già persa.

Ce l’ho a cuore per tre motivi:

Il primo, perché riguarda proprio mia nonna materna.

Il secondo, perché è stato decisivo nella mia scelta di abbracciare la carriera di oncologo.

Il terzo, perché mi ha permesso di guardare l’oncologia con occhi nuovi, di osservare e di ascoltare l’insegnamento accademico della facoltà con occhi ed orecchie rispettosi ed attenti ma critici. Ciò mi ha portato a pensare talvolta in modo diverso.

Ero ancora al sesto anno di medicina quando mia nonna, di 67 anni, viene ricoverata urgentemente all’ospedale del Tondu a Bordeaux per una pancreatite acuta, nel marzo 1967.

In realtà, seppi al mio arrivo in ospedale che si trattava di un cancro alla testa del pancreas. L’intervento ebbe luogo il giorno dopo e si concluse con un fallimento, dato che il chirurgo dovette accontentarsi di una derivazione del dotto coledoco. Lasciò al suo posto il tumore e mi annunciò, con tanta gentilezza e tatto, che non c’era più speranza e che la durata di sopravvivenza sarebbe stata da tre a sei mesi. Non mi proponeva nessuna cura. La mia famiglia ed io prendemmo la decisione di rimpatriare la nonna a casa nostra.

Seguendo i consigli di un medico tedesco in pensione, il dott. Henri HEITAN applicò un trattamento allora da me sconosciuto: il CARZODELAN ed un medicinale che esiste tuttora in Germania: il NEY TUMORIN. A questi abbiamo associato vitamina DELTA A , vitamine del complesso B DELTA B e procaina.

Dopo qualche mese, la malata si riprese e poté di nuovo vivere normalmente. Ero molto sorpreso essendo molto segnato dall’insegnamento classico che seguivo e rispettavo. Convinsi quindi mia nonna a fare esami approfonditi in una clinica mentonese. Gli esami constatarono che i parametri biologici erano tornati nei limiti normali. Il fegato sembrava indenne. Si individuava tuttora la presenza della massa importante a livello del pancreas.

Il dott. HEITAN ed io abbiamo continuato per tre anni la stessa cura. L’equilibrio ottenuto tra la paziente ed il tumore non ha subito nessun cambiamento apparente. Le analisi che richiesi allora mostrarono una regressione della massa. Cosa era successo? Dubito che la cura abbia potuto da sola realizzare questo piccolo miracolo.

La signora Col., mia nonna, seppellì il suo chirurgo bordolese e pure il medico che mi insegnò l’STP test, il dottor HEITAN. Morì 23 anni dopo l’intervento, per un arresto cardiaco.

PROTOCOLLO A:

[1] Belustina o Lomustina: prodotto di chemioterapia. Somministrazione per via orale.

[2] CARTCELL: anti-angiogene di prima generazione sostituito oggi con COMITRIS (Lab. AERTERNA Canada). Presentazione sotto forma di prodotto congelato.

[3] Octreotide: forma sintetica della somatostatina.

[4] OLOM: Oscillatore ad Onde Multiple di LAKHOVSKY

[5] CARZODELAN: cocktail di enzimi somministrati in iniezione intra muscolare.

[6] Delta e Beta Complex: linea di integratori alimentari naturali.

[7] Protocolli Internazionali: protocolli di routine applicati nei reparti ospedalieri e stabiliti dall’establishment internazionale.

 

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